perchè il nostro urlo diventi eco...

Questo è un mio contributo scritto in occasione dell'Urlo della scuola, la giornata che oggi in tutta Italia organizza momenti di riflessione, protesta, mobilitazione per la scuola. Acoltateci perbacco!

Ho trentatre anni, due figli piccoli e dal 1998 faccio il maestro elementare. Ho cominciato, quasi per gioco, ai tempi dell’Università, un po’ per essere indipendente dalla famiglia e un po’ per conoscere praticamente, quello che negli anni del Liceo, avevo studiato sui libri di scuola.

Ho cominciato come tutti con le supplenze, un giorno, due, tre, una settimana, un mese. E’ andata avanti così per quattro anni, non era abilitato, avevo solo il titolo di studio e di esami di stato non ce n’era l’ombra. Qualcuno potrebbe dire che quello era un modo per farsi le ossa: cambiare colleghe ogni settimana, bambini, scuole e materie di insegnamento certo, permette di sviluppare una certa “adattabilità all’ambiente” ma, non permette di costruire una qualche parvenza di modello educativo, oltre che un’indipendenza personale.

Con gli anni però si acquisiscono punti e si sale la piramide sociale del precariato e, magicamente, nel 2005 viene finalmente emanato il decreto per far svolgere i corsi abilitanti all’insegnamento. L’anticamera dell’assunzione a tempo indeterminato, mi dico. Così per due anni, fuori dalla mia provincia, tre volte a settimana frequento insieme a docenti con molti più anni di me di precariato alle spalle, il corso e dopo 20 esami finalmente discuto la tesi e mi abilito. Entro nella “top ten” dei precari, la mitica prima fascia che per i 9 anni precedenti avevo visto come una piccola Eldorado. Però nel frattempo arriva la Gelmini e, il piano triennale di assunzioni del Governo Prodi, finisce in un cassetto e cominciano i tagli, gli accorpamenti di classi, l’insegnante unico, la riduzione dei docenti per il sostegno. La scuola italiana diventa semplicemente una delle voci di bilancio più cospicue che Tremonti decide di tagliare. Nonostante questo, con tre anni di ritardo riesco, l’anno scorso a entrare, finalmente, di ruolo. Ma dietro di me lascio una situazione devastante, non si viene più chiamati per supplire la malattia o l’assenza sporadica della collega, la scuola dell’autonomia non ha più nessuna autonomia, non ha soldi, risorse, possibilità di scelta. E la quaresima “montiana” non ha cambiato minimamente la situazione, le promesse sulle assunzioni sono rimaste, per ora, sulla carta e la nostra scuola cade, fisicamente, a pezzi.

 

Questa storia l’avrebbe potuta scrivere uno o una delle migliaia di precari/e della scuola che hanno un vissuto simile al mio ma, la domanda che mi rivolgo e rivolgo a questo paese è un’altra: perché ci sono ancora tante persone che vogliono fare l’insegnante nonostante tutto? Lo stipendio base è uguale a quello di un operaio metalmeccanico e a fine carriera, riforma delle pensioni permettendo, non si arriva a 2000 € netti al mese. Siamo stati dipinti/e come fannulloni/e perché facciamo “solo” 24 ore alla settimana.

Ci dicono che in fondo una maestra della scuola materna, alla fine deve “solo” vigilare che i bambini e le bambine non si facciano male cancellando pregrafismi, insegnamento della spazialità, condivisione e conoscenza dell’altro. E noi, alla primaria, dobbiamo insegnargli “solo” a leggere, scrivere e far di conto ma che, in fondo, esistono già dei nuovissimi software che suppliscono egregiamente al compito.

E, poi, siamo davvero troppi/e, un vero e proprio esercito di statali, che incidono nelle disastrate casse dello Stato in maniera davvero insostenibile e, non basta congelarci lo stipendio per tre anni e bloccarci gli scatti di carriera, perché continuano ad esserci troppi precari che vogliono diventare insegnanti.

Eh sì, siamo colpevoli. Colpevoli di amare nonostante tutto il nostro lavoro, di sentire che anche dalla nostra piccola azione quotidiana, dal modo con il quale spieghiamo o affrontiamo un argomento gli uomini e le donne del futuro, potranno essere cittadini e cittadine migliori di noi.

Nelle nostre scuole sappiamo bene cosa vuol dire la cittadinanza perché, tutti i giorni, insegniamo con la stessa passione e lo stessa attenzione a tutte le bambine e i bambini e non ci importa dove sono nati loro, o i loro genitori. Molte volte, siamo noi che ci attiviamo per segnalare le situazioni di disagio, per dare un supporto o un aiuto alle famiglie più in difficoltà e scopriamo che la solidarietà parte spesse volte proprio dagli “altri”. Siamo noi che suppliamo a uno Stato che non fa nulla per l’integrazione dei cittadini e delle cittadine di origine straniera.

Ci portiamo la carta igienica e quella per le fotocopie da casa, mancano quelle come tante altre cose, e vediamo i nostri bambini che non si fermano più a mensa: i loro genitori hanno paura che il Sindaco di turno li esponga sulla pubblica piazza perché non sono in regola con il pagamento della tariffa.

Le nostre scuole sono, in molte realtà, l’ultimo presidio di solidarietà e di socializzazione. Sono delle “comunità di cura”, dove insieme, genitori, insegnanti, personale non docente e territorio riescono a prendersi in carico le sofferenze degli altri.

Ma la scuola italiana non è solo cura, è anche una comunità educante, l’argine che cerca di reggere l’urto di una società dello spettacolo che ci vorrebbe tutti individui egoisti, atomizzati in una sorta da “darwinismo sociale” del terzo millennio.

Per questo oggi la scuola, in tutta Italia, “grida” per dire che non ci stiamo, che la nostra democrazia vive solo se vive il suo sistema formativo pubblico, laico e pluralista.

Il nostro urlo deve diventare un eco, che dalle nostre scuole arrivi nelle vie, nelle piazze, nei luoghi reali e virtuali che compongono il nostro paese e si propaghi all’infinito.

E’ in gioco il futuro delle nuove generazioni. E’ in gioco il futuro del nostro paese. Ecco perché non è più il tempo del silenzio. E’ il tempo di costruire una nuova pedagogia della liberazione.

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