Sprecariato

12 anni. Per alcuni sono tanti, per altri sono un niente, per me sono stati una bella e faticosa palestra, una lunga cavalcata nel mondo della scuola per scoprire tutti i limiti e le potenzialità dell’educazione. Una palestra faticosa, che lo ammetto, non mi ha sempre soddisfatto ma che però mi ha aiutato a crescere e a diventare uomo, padre, insegnante. Non vorrei che si fraintendesse: il precariato fa schifo, quando ho cominciato neanche ventenne, le famigerate supplenze avvenivano per chiamata diretta. “Pronto è il maestro Pietrobon?””Avremmo una supplenza di 2 giorni a Pray - a partire da subito-, accetta?” E tu neanche il tempo di fare colazione, prendi la macchina e ti inerpichi su per le valli, per fare punteggio, per prendere un po’ di soldi, per fare esperienza. Così per almeno 5 anni, dai due giorni ai due mesi fino alle tanto sperate maternità (la fortuna di stare in un ambiente al 95% femminile).

In tutti questi anni ho conosciuto qualche migliaio di bambini e bambine, mi sono confrontato (e a volte scontrato) con le loro personalità in formazione, con le loro sensibilità, i loro bisogni, i loro sogni e le loro abilità. Ho conosciuto l’handicap sia fisico che mentale, ed è stata un’esperienza straordinaria, dalla frustrazione alla gioia per le piccole e grandi conquiste educative. La miglior palestra di vita: capire che la perfezione, la normalità, l’eccellenza sono solo parametri culturali e sociali che nulla hanno a che fare con la vita vera.

In questi anni ho conosciuto anche tanti genitori e a volte una mia certa notorietà data dalla politica, è stato un muro da superare, ecco perchè  il riconoscimento del proprio ruolo a prescindere da certi aspetti, mi ha permesso di avere ancora con molti di loro splendidi rapporti.

Le insegnati sono un capitolo a parte e meriterebbero una trattazione specifica, quello che posso dire è che però per la maggior parte ho trovato persone motivate, che amano il lavoro che fanno, che danno alla scuola tutto di se stesse sapendo poi che altrettanto dovranno fare quando torneranno a casa. E’ grazie a loro che la scuola elementare (pardon primaria) è (era?) un’eccellenza in Europa.

Oggi mi trovo ad affrontare una nuova avventura, ancora un anno di prova e poi spero di poter avere la possibilità di stare con una classe e di poterla seguire dall’inizio della prima (quando sono ancora piccoli pulcini impauriti) alla quinta (quando l’esuberanza pre-adolescenziale comincia ad esplodere).

In tutto questo c’è però lo stato della scuola in Italia, presa a picconate quotidianamente, screditata, compressa, mortificata nelle sue professionalità. L’istruzione come problema per far quadrare i conti dello Stato e non come luogo di investimento per le future generazioni che potrebbero gestire proprio questo stesso Stato.

In tutto questo un esercito di riserva, quello che fino ad oggi anch’io popolavo, fatto di mille storie di sofferenze e di privazioni, di migrazioni e speranze. Persone alle quali viene richiesto di essere semplici attendenti che non rientrano nemmeno nei parametri della statistica.

Potrei citare come stanno facendo i sindacati e le associazioni di precari, i numeri di questo esercito, di come le nostre scuole faticheranno sempre di più a funzionare.

Mi limito a esprimere invece un concetto: la nostra scuola pubblica è ancora e nonostante tutto una scuola di qualità, con eccellenti professionalità e risorse non valorizzate.

Per chi non si rassegna a vedere smontato pezzo a pezzo l’edificio dal quale usciranno le generazioni future, io credo che sia necessario invocare una vera rivoluzione culturale, una nuova alleanza educativa che veda compartecipi tutti gli attori di questo mondo: dai genitori, agli insegnanti, dagli studenti ai dirigenti. Possiamo e dobbiamo evitare che dopo averci privatizzato l’acqua riescano a privatizzarci anche il sapere e la formazione.  

Mi ricorderò sempre cosa mi disse un Professore di Pedagogia alcuni anni fa: “l’educazione è un cuore caldo”. Dovremmo impegnarci tutti affinché quel cuore non cessi di battere.

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