perchè i vivi non ricordano...ciao Carla

Ieri è morta Carla, la mamma di Valerio Verbano. Quando ho letto il primo twitt ho provato un senso di dolore e rabbia e ho pensato a quanta tristezza nel suo cuore lei abbia provato nello spegnersi dopo un lunga malattia che ha combattuto con le unghie e con i denti fino alla fine, fino all’ultimo giorno.

Carla l’ho conosciuta in rete, perché a quasi novant’anni lei sapeva e utilizzava i social netwoork come una giovane militante ma con qualcosa di più, di speciale.

Due anni fa le chiesi l’amicizia, e lei mi scrisse subito, accettandola e da lì ogni tanto ci scrivevamo. Seguivo come molte e molti altri l’evoluzione del suo tumore, la speranza che ogni volta si riaccendeva quando usciva dall’ospedale sfinita ma non ancora vinta.

Carla è stata l’unica vera amicizia nata in quel luogo virtuale di “faccialibro”, l’unica amicizia che ho sempre ritenuto e considerato – stupidamente – una piccola medaglietta nella collezione degli “amici” su FB.

Di Valerio ho letto e sentito parlare molto, di quella Roma insanguinata e divisa dove giovani militanti di destra e di sinistra si sono massacrati nelle strade, nelle piazze o sono caduti per mano dello Stato. Ho imparato prima dei “testi fondamentali” gli elenchi, tristi, lunghi, incomprensibili dei miei coetanei che dal dopoguerra erano morti in questo paese perché militanti comunisti e di sinistra.

Da Reggio Emilia fino a Giorgiana Masi. Sentivo i loro nomi scanditi nei cortei, nelle nostre canzoni, ne spulciavo le biografie e ne ho conosciuto i volti. Una delle prime volte che mi ero recato, adolescente, al Leoncavallo a Milano, in Via Wattaeu ricorderò sempre che la pasta me la allungò la mamma di Iaio.

Quei nomi diventarono i miei fratelli e le mie sorelle, uccisi dallo Stato, dalla mafia o dai fascisti ai quali nessun tribunale di questa Repubblica era riuscito - o aveva voluto - dare giustizia. Valerio è uno di loro, morto diciottenne con un agguato in casa; tre fascisti entrati con l’inganno avevano legato Carla e suo marito e poi atteso Valerio, che venne freddato con un colpo alla nuca sul divano di casa. Carla non si è mai data pace per aver aperto quella porta, per essersi fidata di quei criminali che, spacciandosi per amici del figlio, hanno distrutto per sempre la sua famiglia e che ad oggi non hanno ancora volto e nome.

Fino al 20 luglio del 2001 ero convinto che quei nomi, quelle sorelle e quei fratelli morti ammazzati fossero parte della mia storia e della mia militanza ma che, appunto erano consegnati alla Storia. Invece quel pomeriggio quando resistendo alle cariche feroci dei reparti speciali di polizia e carabinieri in Via Tolemaide sentii che a pochi metri da noi, uno di noi era stato ucciso, ho capito che la storia può sempre ripetersi, che il sangue, la violenza, la morte come strumento di potenza e di potere è dentro alla lotta per l’emancipazione perché contro il desiderio di cambiamento c’è sempre qualcuno disposto a fare di tutto per non permettertelo. Carlo Giuliani è divenuto prepotentemente parte di quella sempre troppo lunga lista e, allora ebbi la sensazione che al posto di Carlo avrei potuto esserci io o qualcuno di molto vicino a me.  E questo cambiò tutto, questo ha cambiato tutto, per sempre. Anche per Carlo come per Valerio una famiglia, un padre e una madre hanno combattuto in tutti questi anni per avere verità e la giustizia. Per loro un responsabile presunto o reale c’è stato, una verità per le aule giudiziarie ma sicuramente nessuna giustizia. Come per tutti gli altri che a Genova hanno visto violentate e cambiate le loro vite dalla brutalità inaudita dello stato, alla Diaz, a Bolzaneto, nelle strade e nelle piazze di quel G8.

Io da allora decisi che alla violenza dello stato si poteva rispondere solo con la non violenza, con il rifiuto del terreno di scontro che gli “altri” volevano imporci. Me la sono data come regola di vita prima ancora che come pratica nella mia azione politica quotidiana. Mai più, mi sono detto, volevo piangere un compagno morto ammazzato, eppure anche dopo Genova la lista ha continuato ad allungarsi.

Carla è morta e come molti e molte hanno scritto in queste ore forse adesso potrà finalmente riabbracciare il suo Valerio.

Il dovere di tutti e tutte noi non è solo quello di ricordare Valerio, Walter, Francesco, Carlo, Giorgiana, Fausto, Iaio, Giannino e tutti gli altri. E’ quello di sentire la sofferenza delle tante Carla perché più nessuno debba piangere un figlio, una sorella, un marito, un padre che ha avuto l’unica colpa di credere e di lottare per un futuro migliore.

Che la terra ti sia lieve Carla, sorella, madre, partigiana, compagna.